Scienze (dis)umane

LA PSICOLOGIA DEL “THE GAME” PER SPIEGARE L’ASSALTO A CHARLIE

ATTENZIONE: con questo post non intendo banalizzare alcuna ricerca in ambito biopsicosociale o sembrare troppo cinica (South Park insegna che ci vuole del tempo per poter trattare con nonchalance gli articoli di cronaca nera), ma semplicemente trasmettere qualche breve e farinoso assunto di psicologia in chiave alternativa, accompagnata da commenti del tutto ingenui, sinceri, non scientifici e personali (magari anche banali… perché no?!) che intendo dedicare a tutti i miei amici, nemici e conoscenti, costantemente alle prese con problemi, paradossi e passatempi da nerd o da sociologi da tastiera. Se siete troppo pigri per leggere tutto, l’abstract del post è dato dalla citazione in grassetto che segue.

GANG UP ON IT! (quando il gioco è di gruppo): la Social Identity Theory è un modello elaborato da Tajfel e Turner nell’ambito della Psicologia Sociale intorno agli anni ’70, grazie ai pregressi studi del solo Tajfel sui gruppi minimali. Cosa diavolo sono i gruppi minimali?
Inizialmente, essi non sono che aggregati di persone che non si conoscono, che non hanno alle spalle una storia, conflitti d’interesse, stereotipi, pregiudizi e compagnia bella. Insomma, queste persone non hanno nulla da spartire se non la partecipazione all’esperimento che si svolge in laboratorio sotto forma di gioco (ed è facile immaginare il perché).
Normalmente, in natura, ciascun individuo dotato di corteccia prefrontale sana e sufficientemente sviluppata si fa un’idea approssimativa di ciò che gli accade intorno. Ogni giorno puntiamo il dito contro l’ “automobilista distratto” che ci ha appena tagliato la strada, contro il “professore frustrato” che ci ha messo in difficoltà durante l’esame, contro la “ragazza frivola” “che sta flirtando spudoratamente con la nostra dolce metà. Ovviamente, tutte queste tassonomie che ho espresso in forma chiara quanto edulcorata (l’automobilista distratto, il professore frustrato, la ragazza frivola) non qualificano a 360° le persone con cui abbiamo a che fare. Dal momento che ogni essere umano ha continuamente a che fare con una miriade di soggetti nuovi che non si può o non si vuole conoscere in modo approfondito, le succitate etichette, per quanto approssimative e frutto di inferenze spesso errate e fuorvianti, diventano di fondamentale importanza per potersi orientare nel mondo sociale. D’altro canto, qualcuno disse che non esiste giudizio senza prima un pre-giudizio!
Tornando all’esperimento sociale di Tajfel e Turner, immaginiamo quindi di essere in una stanza senza conoscere nessun altro partecipante. Veniamo assegnati al gruppo X oppure Y sulla base di criteri del tutto arbitrari o effimeri (non so perché, ma mi viene sempre in mente l’iniziale del cognome). Se ci venisse chiesto di distribuire delle ricompense oppure delle penalità in denaro ad altri partecipanti come reagiremmo? Se credete che giudicheremmo i componenti di entrambi i gruppi in modo equo e solidale (nonostante non ci sia apparentemente alcun motivo per concedere oppure sottrarre soldi a Tizio piuttosto che a Caio), allora vi sbagliate di grosso!
Il paradigma dei gruppi minimali ci insegna che il semplice fatto di sapere di appartenere casualmente ad una X o ad una Y ci consentirà di giudicare bene i nostri compagni di gruppo e male tutti gli altri, divenuti adesso dei rivali da soppiantare. Ciò ci insegna che: 1) è sufficiente ricevere un’etichetta insensata per alimentare un forte sentimento di appartenenza ad un gruppo, di fronte ad un obiettivo comune o una determinata posta in gioco; 2) questo sentimento di appartenenza ad un gruppo consentirà di giudicare come sostanzialmente positivo il gruppo a cui siamo stati assegnati (detto ingroup) e negativo quello a cui non siamo stati assegnati (detto outgroup); 3) i nostri atteggiamenti, positivi (di valorizzazione dell’ingroup) o negativi (di svalutazione e omogeneità dell’outgroup) che siano, finiscono per influenzare nostri i comportamenti (in questo caso, distribuire i soldi ai singoli componenti); 4) la dinamica gruppale NOI VS LORO è molto più forte di quella interpersonale IO/ME VS TU/TE perché il tutto è sempre maggiore della sommatoria delle parti e prevede più polarizzazioni ed effetti interazione; 5) quando i gruppi non sono minimali ma i componenti condividono una vera e propria cultura e identità di gruppo, conosciamo già molto bene ciò che può accadere (le situazioni di tifo organizzato o di campagna elettorale ne sono la prova lampante).
In quelli che sembravano essere in origine aggregati indistinti di persone indistinguibili intervengono quindi, al primo discutibile accenno di differenziazione, logiche aut-aut “amici-nemici” alla Carl Schmitt. Non sorprende allora l’aneddoto che narra di uno studente di filosofia reduce dei campi di sterminio nazisti perché segnato erroneamente su un registro come “stuccatore” e di conseguenza ritenuto utile nello svolgimento di lavori forzati.
Ma c’è molto di più: ricerche sperimentali condotte nell’ambito della valutazione del rischio mostrano la nostra normale tendenza a svalutare e discriminare ciò che viene percepito come diverso, alieno, estraneo e che tanto ci spaventa, anche a costo di rilanciare un “all in” dei premi in palio. Nel dubbio, è meglio far perdere la partita ad entrambi i gruppi, opzione già considerata dai kamikaze giapponesi nel corso del secondo conflitto mondiale, da soggetti come Harris, Klebold o dai fratelli Kouachi! In questi casi, la filosofia del “mal comune, mezzo gaudio” (schema Lose-Lose) è considerata una panacea, basterebbe soltanto trovare un pretesto necessario e sufficiente per passare all’azione, non importa se si tratti della “Patria”, della “Black Coat Mafia” o di “Dio”. Quando i normali meccanismi di identità sociale si cristallizzano nell’agire acritico di massa, assistiamo a fenomeni che in psicologia sociale prendono il nome di “Complesso del Cattivo Samaritano” e di “Effetto Lucifero”, dei quali mi occuperò in articoli successivi. Non è un caso che sia nata una branca delle scienze umane detta “La Psicologia del Male”. E nonostante alcuni studi (basti anche solo guardare una manciata di puntate di “Cosa ti dice il cervello?” su Discovery Channel, con tutti i limiti teorici e gli orrori metodologici del caso) siano stati in grado di dimostrarne pressoché il contrario, i libri di storia ci insegnano che “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.
Per citare l’episodio più recente a cui ho avuto modo di assistere, di fronte alla notizia dell’assalto alla redazione del giornale francese Charlie Hebdo, ho notato che l’opinione pubblica si è schierata in tre macro-fazioni (so che fare di “tutta l’erba un fascio” è politicamente scorretto, ma mi ritorna utile ai fini della narrazione): i soggetti intolleranti (sottogruppi: xenofobi, razzisti, anticlericali, antislamici, estremisti, persone in preda ad una crisi psicotica franca sottotipo paranoide, leader di opposizione), i soggetti bacchettoni (paladini della giustizia, finti paladini della libertà di opinione ed espressione, finti perbenisti, idealisti censori, predicatori da social network, militanti xenofili, fan dei finalisti dell’ISIS Factor), i soggetti ignoranti (menefreghisti, outsider, modaioli, occasionali frequentatori di necrologi, assidui telespettatori, opinionisti da tasto “condividi”, persone ingenue, affette da disturbi dissociativi dell’identità).
Tutte queste tassonomie sembrano seguire una distribuzione normale, sono il frutto dell’esperienza sociale (quindi anche di modelli culturali e indottrinamenti precoci), raccolgono cani e porci che sono intervenuti online o nella vita reale, prevedono distorsioni percettive e, seguendo tutti gli approfondimenti tematici di Crime Investigation, sono potenzialmente molto pericolose. Il peggio accade quando il pensiero di gruppo dà luogo ad un severo appiattimento delle facoltà cognitive, emotive e valutative e si rimane bloccati nella spirale del silenzio, fruitori passivi di quanto di peggio ha da offrire il palinsesto televisivo (v. Crime Investigation). Dopo tutto, non sono stati Hitler o Manson ad aver sbrigato il “lavoro sporco”! La Arendt, Milgram e Zimbardo hanno dimostrato come i “mostri” della cronaca nera non esistano e che siano invece proprio le persone normali ad infliggere scosse elettriche, umiliazioni e sevizie a sangue freddo ad altri esseri umani.
A volte mi chiedo se non sia meglio ricadere nelle sindromi della “falsa unicità” e del “falso consenso” (ad esempio: “So di essere impopolare, ma io non sono Charlie!” oppure “Lo dice anche Salvini: sono milioni pronti a sgozzare!”), piuttosto che essere guidati dalla massa, nell’indifferenza. Senza dubbio, se tutte le persone imparassero a ridere di un paio di battute o di vignette satiriche in più, ad accettarsi in quanto umani troppo umani (ipocrisia e self-serving biases compresi!!!) e a non votare nei sondaggi di Google su scala mondiale solo per la “privacy” ma anche sulla “libertà di espressione” (visto il grande fermento ideologico sulla mia bacheca Facebook e tanti bei coccodrilli dedicati all’ironia!), molti edifici non salterebbero in aria. E le vite umane? Forse.
E quando Hollande dice pubblicamente che gli ideali sono più forti della morte, in fin dei conti non fa che confermare il punto di vista dei terroristi, pronti ad uccidere e ad uccidersi in nome di un valore. Schierarsi da una parte o dall’altra è come prendere parte al gioco del dodo o ad uno stallo alla messicana ed è proprio per questo che è così divertente prendere una posizione!
Ho visto persone spintonare, sgomitare, molestare e picchiare per molto meno, credetemi. E le vedo ogni giorno, in coda al supermercato, al gate dell’aeroporto, alle poste o in segreteria oppure sedute al bar a dispensare caffè per accaparrarsi un voto in più nel clou delle elezioni studentesche. Non ha importanza, anche questa è psicopatologia della vita quotidiana ed è quanto di più democratico esista, visto questi comportamenti seguono una logica et-et di odio indiscriminato verso il prossimo e verso se stessi. Come dice Woody Allen in “Ho solo fatto a pezzi mia moglie”: SECONDO ME, DIO CI STA MANDANDO UN MESSAGGIO! SE NON SAPETE STARE ALLO SCHERZO, ANDATE A FANC…EHM… ANDATE A FARVI FOTT…EHM… ANDATE A FARVI BENEDIRE!
E se siete arrivati a sorbirvi finora il mio sermone a prova di masochisti, voglio concludere alla grande, proponendo a tutti di riprendere a giocare a The Game. Per coloro i quali non lo conoscessero o che, forse per vincere, l’avessero riposto nel dimenticatoio, questo grattacapo prevede due semplici regole: ricordarsi del gioco e, diversamente dai dilemmi classici come quello del prigioniero, è impossibile vincere, ma soltanto perdere. Come illustrato da Wikipedia, “la sua struttura può essere esemplificata dalla frase di non pensare a un orso bianco e questo continuerà a venirti in mente (Dostoevskij)”. In poche parole, adesso che ci è venuto in mente, abbiamo perso tutti! A questo punto, siamo immuni alla perdita per 30 minuti e possiamo sfruttare questo tempo a nostra disposizione per far giocare, e quindi perdere, quante più persone possibili, rallegrandoci dell’altrui resa. Laddove tutto il mondo giocasse e perdesse, il determinismo freudiano e la legge dell’attrazione governerebbero il cosmo, ma questa è tutta un’altra storia!

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